Indovinate cosa sto cantando? Dal blog: Lo Real Maravilloso (Cuba).

Quando ho letto il post di Volfredo, mi si è stretto qualcosa dentro. Conoscendo le sfide quotidiane che lui e tanti altri devono affrontare, il suo modo di raccontare — semplice, ironico, tenace — mi ha colpita più di quanto immaginasse. Non era solo un uccello che canta: era lui, era la sua isola, era quel modo tutto cubano di trasformare la mancanza in resistenza e la resistenza in poesia.

Queste righe nascono così: come un piccolo gesto di vicinanza. Un modo per dirgli che il suo canto è arrivato fin qui, su questa terra lontane, e che la sua voce — anche quando parla di buio, di acqua che non arriva, di connessioni che saltano — continua a illuminare.

Perché Volfredo non descrive soltanto ciò che accade: lo attraversa, lo filtra, lo rende umano. E in quel suo modo di sorridere anche quando non c’è molto da sorridere, io riconosco una forza che commuove. Per questo motivo, vorrei condividere con voi il suo testo.

Testo e poesia, tradotti da Frida  la Loka.

Indovinate cosa sto cantando?

Un uccello si posa sui rami secchi come chi si aggrappa a ciò che resta del nulla. Apre il becco e canta. Non sappiamo quale melodia intoni, ma sappiamo che canta a pieno trillo. E canta con tale forza che sembra capace di accendere lampadine, far bollire il riso, riempire serbatoi sospesi e spalancare portali.

Lo Real Maravilloso continua a pulsare, anche quando non c’è generazione elettrica; perché la poesia non dipende dal voltaggio, ma dall’amore. 
L’immagine ci interpella con ironia: “Indovinate un po’, sto cantando?” —e uno, dalla Macondo di Ávila devastata: senza elettricità, senza acqua, senza una connessione elementare, risponde in silenzio: canterei anch’io, se potessi. Ma qui, il canto diventa resistenza.

Mentre l’uccello vocalizza la sua libertà sotto un cielo azzurro che non dipende dalla generazione elettrica né da complessi apparati tecnici, noi impariamo a vivere senza ciò che prima era quotidiano. Cucinare, comunicare, pompare acqua: verbi che oggi si coniugano nel nuovo tempo della lingua castigliana conosciuto come futuro incerto.

Tuttavia, l’uccello canta.

E anche noi, seppur in versi.

Perché in questa terra calda,

dove la luce si perde nel vuoto

e la speranza insiste,

impariamo che la tenerezza può essere anche critica,

e l’ironia l’unico modo di dire la verità senza mascherarla.

Dunque, indovina:

l’uccello canta ciò che tutti pensiamo.

Canta per noi.

Canta nonostante tutto.

Tua

3 febbraio, 2026.

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