Alfonsina Storni, chi fu.

Domenica notte, arrivò al giornale ” La Nación ” questo poema, consegnato alla posta di Mar del Plata. La busta conteneva niente altro che l’originale di quella che sarebbe stata la sua collaborazione postuma.

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Di seguito, ultimi versi:

Vado a dormire…

Traduzione da Frida la loka.

Denti di fiori, cuffia di rugiada,
mani d'erba, Tu, delicata nutrice,
preparami i sabbiosi lenzuoli 
e la trapunta da muschio diserbata.

Vado a dormire, mia nutrice, stendimi.
Poggia una lampada alla testata;
una costellazione; quella che preferisci;
tutte sono buone, abbassala un po'.
Lasciami sola: senti il germogliare...
Ti culla un celeste piede dall'alto
e un uccello ti traccia il tempo musicale

per dimenticare... Grazie...Ah, un incarico:
Se lui, chiama ancora;
digli di non insistere, che sono andata...


ALFONSINA STORNI

immagine da Wikiquote

Breve Biografia:

Poetessa argentina di origini ticinesi, nasce nel 1892, e alla età di quattro anni, la sua famiglia si trasferisce in Argentina.

Per un certo periodo di tempo vivono a San Juan e poi a Rosario, città in cui la famiglia decide di spostarsi, cercando nuove opportunità. Alfonsina inizia a lavorare presto. Da lì a poco muore suo padre. Svolge diversi mestieri: serve ai tavoli del bar di famiglia, fa la sarta, lavora come attrice in una compagnia teatrale cimentandosi in diversi ruoli. Compie gli studi magistrali per insegnare in campagna e all’età di diciotto anni è già maestra; inoltre, collabora con le riviste Mundo Rosarino e Monas y Monadas e con tan solo diciannove anni diventa vicepresidente del Comitato Femminista di Santa Fé.

A vent’anni resta incinta, da un’uomo sposato e personaggio importante della città, allora Alfonsina decide di trasferirsi a Buenos Aires, nascerà nel 1912 il suo unico figlio, Alejandro Alfonso Storni.

A questo punto si ritrova, sola e ragazza madre, spinta da questa sua situazione, si arruola in diverse professioni.

Ed è in questo momento dove inizia a scrivere, e ci riesce; il suo primo libro, La inquietud del rosal (1916), che suscita un clamoroso scandalo nella società argentina, in conseguenza è costretta a lasciare il lavoro.

Alfonsina torna a insegnare in una scuola elementare, mentre inaugura la sezione “Feminidades” del giornale La Nota; usa questo spazio per portare avanti una lotta per i diritti delle donne e dei bambini. Nel 1918 pubblica il suo secondo libro, El dulce daño (1918), a cui segue Irremediablemente (2) (1919).


Scrisse poesie profonde ed é riuscita a tener testa ad un mondo molto maschile, senza mai scendere a patti o compromessi.

ln effetti scegliere di essere madre single negli anni Venti non è stato uno scherzo.

È stata una donna forte, con tutta una propria natura e decisa in ogni suo impegno in un ambiente culturale di Buenos Aires negli anni Venti, molto attivo, pieno di fervore; scrittori, cinema, teatri, riviste e giornali che crescevano a dismisura.

Per certi versi moderna, Alfonsina Storni è stata in grado di capire che la lotta per l’emancipazione femminile doveva passare attraverso una parità di genere, una problematica di tipo sociale. Non solo poter scrivere per riviste importanti.

Malata e senza molto da vivere. Prende la sua ultima decisone, un vero atto di posanzza, anzicchè aspettare il corso dell’inevitabile.

Ariel Ramirez e Felix Luna, autori noncchè connazionali, la ommaggiarono, componendo la canzone “Alfonsina y el mar”

dove raccontano la storia del suicidio avvenuto nel Mar del Plata. Parla di una donna sola, angosciata, che sceglie una morte dolce, consapevole. Melodia tenera a tratti drammatici, suscita compassione che, purtroppo ò difficile rendere nell’italiano.

Nella realtà, Alfonsina aveva passato l’ultima notte in un albergo, l’ho aveva lasciato all’alba per dirigersi a piedi, in mare prima però, aveva mandato un messaggio a suo figlio e una poesia di commiato ad un giornale perché la pubblicassero.

Tua.

26 giugno, 2022.

fridalaloka.com

Parole estrapolate

“La parola patria non l’ho mai pronunciata: in nome della patria i popoli commettono ogni nefandezza. Io abolirei la parola “patria”, come tante altre parole: “mio”, “zitto”, “obbedisci”, “la legge é uguale per tutti”, “nazionalismo”, “razzismo”, “guerra” e quasi anche la parola “amore”, privata della sua sostanza.”      

Tratto da Il pane perduto.

Edith Bruck, (Steinschreiber da nubile ),di origini ebrei, nasce a Tiszabercel, Ungheria il 3 maggio 1931. Scrittrice, poetessa, traduttrice, regista e testimone della Shoah, naturalizzata italiana.
By fridalaloka.com

Tua.

17 marzo 2022.

E, sì l’ho ammetto.

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Dopo queste parole dette questa mattina da, se si può definire presidente, Putin, mi è attraversata un’aria fredda per la schiena.

Un brivido che neanche nei peggiori momenti di sconforto mi è arrivato. Dopo finte trattative ( da parte sua), e sanzioni varie, che per lui oltre ha farsi una risata nevrotica e malata, con USA e Europa occidentale, è praticamente ufficiale e mi sembra dopo questo ” avviso” perché non è altro, che signori miei ” siamo un guerra”.

Perché dire: – […]conseguenze che non avete mai esperimentato nella storia[…]

È pura follia e desolazione!!

Dopo di che, spengo subito tutto e metto musica, più precisamente, blues e jazz, per tutto il giorno (quello melodioso), che hanno avuto in me sempre un effetto narcotico, per non pensare sostanzialmente. Come gli afroamericani (i negri) sì, schiavi lavorando nelle piantagioni di cotone e tabacco al sud, cantavano per no pensare…

Tua.

24 febbraio, 2022.

Lettera a Anne.

Cara Anne,

oggi mi son ritagliata un pò di tempo per scrivere, sai come si faceva una volta, carta pena, talvolta calamaio ringrinzito e dita machiate di nero, ma solo le dita…
Sai, ti penso spesso, sei parte di quel retaggio di me al quale dai motivazioni per proseguire il percorso anche sé incerto, come il tuo, già…
Sapevi che ogni volta che scrivo, firmo come te? Sì, lo dedico a te, “Tua”, tu sei il mio diario di bordo insieme ad un’altra donna intraprendente e forte come te, Frida si chiama ma, contemporaneamente fragili tutti e tre. Penso facciamo una bella squadra.
Sai, la giornata è buia e nebbiosa, direi addirittura tenebrosa, immagino tu saprai capire cosa significa. Il buio, l’ombra, il tutti giorni uguali,  insomma la routine come si dice adesso piuttosto che la rutina, qua in Italia hanno questo brutto vizio di sostituire le ricche parole dell’italiano al inglese o al francese, ecc. Prima o poi ci caschiamo tutti oramai.
Ti ricordo in bianco e nero, solo un paio, perché non ci sono tante immagini tue in giro, ma quello che mi resta fisso del tuo viso è il tuo sorriso di bambina innocente, inofensiva.
Cosa mai avresti potuto fare di male per finire in quel posto brutto, pieno di esperanze soffocate, agonie senza fine, neanche le forze per piangere?
Mi chiedo se anche te, hai indossato quelli odiosi pigiamini a righe o soltanto qualche straccio appartenente a qualcun’altra prima di te, sai non si buttava niente… tranne voi.
Perché?
Avrai avuto il tempo di fare qualche amicizia? Qualch’essere a chi regalare un tuo sorriso o forze eri così rammaricata che avevi perso anche esso…
Cara Anne, menomale che hai avuto l’astuzia e gagliardia di scrivere foglio dopo foglio, sai che alla fine sono riusciti a recuperarli, erano tanti! Forse quanto i giorni di solitudine e riparo che hai dovuto sopportare, sai, hanno fatto un libro, che io conservo con tenerezza e dolcezza.

Bene, adesso vado, perché; come diceva ” certa gente” : IL LAVORO RENDE LIBERI.

Tua.


27.01.22.

Lottare contro i mulini a vento.

Ho aspettato passase natale e si vede che “caro babbo” non ha avuto il tempo di leggere la mia letterina, ho aspettato pure capodanno, ma i fuochi sono arrivati affievoliti, smorzati…

Ed è arrivato come una meteorite non preannunciata, veloce e folgorante a far tremare la terra e farmi girare fino all’esaurimento quelli che non ho, il”nuovo anno”!!!…

Ditemi voi, cosa c’è di nuovo!

Ah! Sí, vediamo; il mio medico di base ( per la precisione, il quarto), sbaglia”ancora” per l’ennesima volta nelle impegnative, dove dovrebbe mettere il tipo d’ “esenzione “, sì, perché dopo aver ripetuto ormai all’infinito che ho una ” malattia rara “, ancora non ha afferrato il concetto. Lo chiamo per far notare il “disguido “, per tutta risposta mi sento dire : – posso sbagliare… Rimanda tramite mail, controllo per stampare e scopro, indovinate? Sbaglia”ancora”!!!!!

Correva novembre del 2021, sempre lui, Le scrivo chiedendo una impegnativa perché devo fare il più presto possibile una visita per dei dolori lancinanti che mi porto avanti da svariati mesi, per tutta risposta: – non posso mandarla d’un specialista senza prima visitarla. Bene, fissiamo appuntamento, esco dallo studio con in mano ancora “un’altra impegnativa ” per comprare antidolorifici… ( quando so, che non faranno una beata ***), dieci giorni, dopo di ché, si convince che non funziona!! Grande! Sveglio! Se ne accorto pure lui! Bravo il doc.

Dopo perdere quasi mese e mezzo, mi fa una “impegnativa ” per TDD, prenoto (data fissata: ” I PRIMI DI MARZO”) ! Settimana scorsa ricevo una telefonata dal centro per ” posticipare ” a “FINE MARZO”!! Cosa faccio, disdico, (Nel mentre, io sono piegata in due, l’umore è a punto caramello, mio figlio che “forze” inizierà la scuola grazie a questa pandemia del c****, e un marito che deve fare capriole.

Ve lo posso dire, mi son rotta veramente i c******!!!!!!! E più ne ha più ne metta, perché, questa è solo un piccolo assaggio di quello che deve “patire” una persona nelle mie condizioni, per non parlare dei ” potenti e giusti dell’INPS, loro sì, sono dei “veri” professionisti!!

Don Quijote sí che aveva le palle!!

Chapeau!! E buon inizio anno per tutti!!

Tua.

5 gennaio, 2022.

By ilcomuneinforma.it

L’altra parte del mondo a ” Natale “

C’è una famiglia come tante altre in tutto il mondo, questa però, abita in un paesino di nome Waras, distretto vicino a Kabul.
Mika, la mamma molto premurosa, lavora a casa.
Abdhar il papà, ha degli animali che compra scambia e vende.
Più tempo passa, più è difficile e non è mai abbastanza per soddisfare il fabbisogno  famigliare. Mika e Abdhar hanno tre figli, il più grande ha 12 anni di nome Melshid, il secondo Gasthad di 10 anni e il più piccino, Baldid, con solo 7 anni promette  un carattere forte deciso e molto astuto, alimentato a forza di bombardamenti improvvisi.
I bambini sono bravi a scuola, anche se Gasthad non va matto per le tabelline c’è l’ha mette tutta e Baldid è un portento nella lettura, ogni tanto rubacchia a suo fratello maggiore qualche libro o rivista, una volta finiti gli rimete ha posto.
Pasano le loro giornate tra scuola (quando possono andarci) e qualche lavoretto per aiutare mamma.
Melshid taglia legna per poter riscaldare la modesta casetta nella qualle vivono e Gasthad e Baldid contribuiscono nel reperire il latte fresco della mucca Matilda e qualche volta toca far fuori una gallina, se a cena vogliono mangiare un pò di carne.
L’unico asino che hanno è destinato ha percorrere delle strade polverose, diventate sentieri che servono per andare d’un paesino all’altro con delle merci.
Questi bambini, da tempo non hanno il privilegio di pensare a giocare in serenità una partita di calcio o girovagare con gli amichetti cercando qualche tesoro nascosto fra montagne di pietre e calcinacci.
Reduci da cambiamenti.
Baldid di notte, con una candela accesa cerca leggere ma non riesce ha concentrarsi.
Ci sono dei fuochi e luci sfavillanti in cielo ma non solo nel periodo natalizio.
Melshid e il papà, d’un tempo a questa parte, sono fuori, fanno le sentinelle insieme a tanti altri compaesani. Una notte, sentono il fischiare sordo d’un razzo che colpisce la stradina che incrocia la biblioteca dove Melshid prende in prestito i libri e poi li riconsegna.
Due notti dopo,Baldid capisce i suoi genitori che parlano dietro una porta di legno, sono decisi, quel posto per loro è diventato molto pericoloso perciò dovranno andare via.
Presto, non appena la luce compare al mattino, Baldid stratona Melshid, riesce a svegliarlo e con le urla che li propina sveglia anche Gasthad, racconta loro quello sentito la notte precedente. – Dobbiamo andare dalla nonna disse Baldid pronto a quello che lui chiama avventura, senza rendersi conto dei pericoli d’affrontare strada facendo. Conosce la strada da prendere a memoria giacché conserva una vecchia mappa che sempre usa con solo l’immaginazione.
– Ci ho pensato ieri notte mentre tutti dormivano! -Andremo dalla nonna e la zia. È un paese distante non poco, di nome Gandira. 
Passò una settimana da quel momento, fin troppo corta, quando in mezzo c’è la certezza che in fondo non sono più che bambini.
Mika affranta e con lacrime agli occhi  strinse con un tenero abbraccio a tutti e tre, Abdhar preparó un sacco con delle provviste per il viaggio e qualcuno a quatro zampe gli aspetta bello carico, fuori ignaro del suo nuovo ruolo.
Partirono, giorni calorosi li atessero camminando sulla terra battuta e sassi, nelle notti fredde accendevano un piccolo fuoco per scaldarsi e mangiare, poi si riparavanno in una tenda rudimentaria fatta in cottone e lana, col asinello vicino per avere un po di calore.
Mentre mangiavano verso mezzogiorno, raccontavano storie oppure le inventavano, ridevano spensierati.
Non ricordavano più cos’era un inmenso cielo infinitamente stellato e luccicante di notte in mezzo ad un cupo silenzio.
Trascorsero dei giorni. Iniziavano ha mostrare segni di debolezza e stanchezza.
Oggi, è una giornata ventosa, tanto da sollevare la sabbia in un  fitto manto oro. I tre, coperti con dei foulard; s’intravedono soltanto occhi semi chiusi.
Non molto distante però, Gasthad addochia una casucola e lancia un grido a suoi fratelli segnalando con l’indice  dove guardare,  Baldid tolse subito la mappa e la buttò nella sabbia cercando di aprirla perché il vento continuava a fare scherzi, Melshid l’ho aiutò. Nel frattempo un’anziana coprendo il volto si avvicinava. Era la nonna!
Nel mentre, dopo passata la tempesta e rifociliati, raccontano l’odissea del viaggio con gagliardia e fierezza, in un’altra stanzetta si iniziano a sentire dei gemiti ogni volta più intensi, era zia Bandar! Per sorpresa dei tre arrivati, era incinta.
La nonna se ne accorse che stava iniziando il travaglio, mandò i nipotini a prendere del acqua tiepida, panni e una bacinella che era vicina al tavolo e attesero fuori mentre l’asino annusava quasi indifferente d’una piccola finestra; finché non sentirono il pianto d’un bambino.
Erano pieni, orgogliosi di sé stessi nel aver aiutato, oramai erano maturi.
I tre, con una gran risata quasi liberatoria, se ne resero conto soltanto dopo un paio d’ore che dal momento della loro uscita di Waras fino a Gandira, non ebbero altro che il dono di un’altra possibilità, di ricominciare, continuare a crescere senza il peso d’un sciagurato ricordo.
Nacque una bambina che la chiamarono Salam.

Tua.
23 dicembre, 2021

By Veronica Ronza – Vesuvio Live

Non tutti i giorni sono brutti,  alcuni sono peggio…

Sono un paio di giorni che ci penso, Personaggio conosciuto mondialmente, immortalato, come un eroe, controcorrente, in quel periodo aprì una breccia, nel bene e anche nel male si potrebbe asseverare. sul quale vorrei scrivere.

Ma oggi mi sento molto più Frida che paroliere a caso. Frantumata in mille pezzi.

Raconterà Frida:

È falso dire che ci si rende conto dell’urto, falso dire che si piange. Non versai alcuna lacrima. L’urto ci trascinò in avanti e il corrimano mi attraversò come la spada al toro».

Frida rimane tra le aste metalliche del tram. Il corrimano si spezza e la trapassa da parte a parte… Alejandro Gómez (al momento fidanzati) la raccoglie e nota che Frida ha un pezzo di metallo piantato nel corpo. Un uomo appoggia un ginocchio sul corpo di Frida ed estrae il pezzo di metallo.
La prima diagnosi seria sopraggiunge un anno dopo l’incidente: frattura della terza e della quarta vertebra lombare, tre fratture del bacino, undici fratture al piede destro, lussazione del gomito sinistro, ferita profonda dell’addome, prodotta da una barra di ferro entrata dall’anca destra e uscita dalla vagina, strappando il labbro sinistro. Peritonite acuta. All’ammalata viene prescritto di portare un busto di gesso per 9 mesi, e il completo riposo a letto per almeno 2 mesi dopo le dimissioni dall’ospedale… Da questo momento in poi, la sua vita, inizierà molto lentamente e improvvisamente a “soffrire un’altra trasformazione. Fonti: Hayden Herrera, Frida. Vita di Frida Kahlo, B.C. Dalai Editore.

Frida Kahlo.*gelatin silver print.*Oct. 16 / 1932

Tua

19 ottobre, 2021. 

Demoni

Sono lì, riesco a vederli
anche camuffati d’ombre e sì,
Li sento, anche come il fiato sul mio collo. 
La pelle mi si raddrizza quando percepisco la loro presenza 
La schiena brulica,
Li vedo, l’acre odore è fatiscente.

Sudore freddo, cuore agitato 
Come la volpe e la sua preda,
Si nascondono dietro
ogni singolo raggio di sole.

Oramai, mi stanno addosso
Una seconda pelle mi avvolge.

Tua

12 ottobre, 2021.

Dedicati a Eugenio Montale

Poemi

Spesso il male di vivere ho incontrato:


Era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
Chissà se un giorno butteremo le maschere
che portiamo sul volto senza saperlo.
Per questo è tanto difficile identificare
gli uomini che incontriamo.

Forse fra i tanti, fra i milioni c'è
quello in cui viso e maschera coincidono
e lui solo potrebbe dirci la parola
che attendiamo da sempre. Ma è probabile
che egli stesso non sappia il suo privilegio.

Chi l'ha saputo, se uno ne fu mai,
pagò il suo dono con balbuzie o peggio.
Non valeva la pena di trovarlo. Il suo nome
fu sempre impronunciabile per cause
non solo di fonetica. La scienza
ha ben altro da fare o da non fare.